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Intervista all'artista
Cristiana
Palandri. Sculture di capelli
di Sandra Gesualdi
Blind Hairdo 2007 “Cristiana e i suoi capelli”: potrebbe intitolarsi così la lunga chiacchierata con Cristiana Palandri, classe 1977 interessante personalità e volto emergente dell’arte fiorentina. Disegna da sempre, quasi a soddisfare un impulso endogeno senza riconoscere all’inizio le sue doti ed il suo stato di artista; passa da una tecnica all’altra coltivando contemporaneamente oltre alle arti visive, l’amore per la musica e la chitarra elettrica, con la possibilità di mixare e rielaborare più linguaggi. Traduce la realtà disegnando e creando, per accontentare i bisogni di artista e quelli di donna contemporanea, perché” tra la persona e l’artista non c’è differenza,” afferma quasi sorpresa per l’interesse che i suoi lavori ci suscitano, “l’arte non è un’idea distaccata dalla vita reale e non c’è distinzione tra la realtà e quello che faccio”. I suoi disegni paiano isole multiformi in un mare di calma cera. Le sue sculture e foto sono aggrovigli, intrecci, ammassi di capelli femminili che la avvolgono, la soffocano, la imprigionano, la riempiono come fanno i sentimenti, ma soprattutto parlano un linguaggio internazionale e resistono al tempo, un attimo di eterno e di profondo.. Sandra Gesualdi: ti ho conosciuta con il progetto di Genoma X a Firenze, dedicato all’arte femminile, in cui proponevi dei lavori con i capelli che usi come materiale di pittura e scultura; sono lavori dalle connotazioni forti in equilibrio tra il bello e la repulsione, ce ne vuoi parlare? Cristiana Palandri: utilizzo capelli femminili, soprattutto miei, prima di Genoma X li avevo lunghissimi! I primi lavori con cui ho li ho sperimentati sono le Tricofere, sculture di capelli trattati con smalti neri. Il capello in quanto materia ha la possibilità di uscire dalla bidimensionalità e mi offre la possibilità di tradurre in tridimensione i miei disegni a china nera. Il capello diventa disegno ed il disegno capello come filo conduttore e studio dei miei lavori e di me stessa. Ho sempre avuto l’ossessione dei capelli e delle acconciature, specie quelle stile barocco, che cambio ogni giorno; mi identificano, parlano di me e l’idea di fare autoritratti delle mie acconciature, mi ha ispirato. Io lavoro solo con me stessa, chiusa isolata ore e ore nel mio studio, e attraverso le mie opere cerco di rendere visibili parti di me che altrimenti rimarrebbero occultate. I miei capelli che diventano opere e quindi intoccabili ed inviolabili, si elevano ad autoprotezioni: mi proteggo dall’esterno attraverso me stessa, con le mie opere che sono fatte da me stessa.. Il capello è fortemente simbolico e possiede un dualismo interno: è un materiale fragile che si spezza e nello stesso tempo dura tantissimo anche oltre la morte. Negli ultimi lavori, non li tratto più ma li annodo innumerevoli volte tra loro grazie ad un lento lavoro; ne derivano opere in movimento, work in progress, sottoposti alla forza di gravità si muovono, continuano a farlo dando il senso illusorio di crescita continua e vitalità. S.G. I tuoi lavori fotografici coi capelli sono autorappresentazioni che realizzi con la tecnica dell’autoscatto “alla cieca”. Vuoi così mostrare la tua identità e, come affermavi poco fa, svelare aspetti inediti e sconosciuti di te? C.P. Mi piace giocare con la mia identità, vorrei essere ogni giorno una persona diversa , le identità sono molteplici. Durante gli autoscatti io sono fondamentale, ma non c’è un forte autocompiacimento bensì identificazione coi miei capelli. Mi ripeto, mi interessa far vedere il forte legame con il disegno-segno. Le persone cercano di domare le loro chiome, io vorrei che fossero in esubero! Negli scatti c’è una forte intenzione ma non c’è coscienza. Il caso fa la sua parte e riesce a tirar fuori espressioni che altrimenti non sarei in grado di manifestare. E’ un caso controllato. Lavoro quasi in trance. Viene fuori un intimo ricoperto, un resoconto imminente che si impone alla vista. Fermo quell’attimo che forse non conosco neppure io.
Eathair 2006 S.G. I capelli sono un simbolo anche nella classicità, mi viene in mente Medusa, la treccia della principessa, o i richiami popolari e religiosi tipo gli ex-voti, si possono trovare accostamenti in quello che fai? C.P. Si, vagamente sono una feticista, e sono rimasta molto colpita dagli ex-voto, dagli amanti che portavano la treccia della loro donna alla cintura. In passato era più normale trattare i capelli e lavorarli, ho letto di lavori a base di capelli nell’800, oggi i capelli come materiale possano dare noia, sembrare macabri. S.G. Il tema portante di Genoma X, erano le pari opportunità: l’uguaglianza tra i sessi è ancora da costruire e le donne subiscono ancora tante discriminazioni ed intolleranze. Credi che l’arte contemporanea con i suoi processi creativi e le sue espressioni liberatorie possa dare un contributo a questo tema o ad altre battaglie di giustizia sociale? C.P. Mio malgrado ti rispondo meglio un film, avrebbe più pubblico. L’arte contemporanea ha una platea ancora molto ristretta, quasi di addetti ai lavori. Siamo ancora legati all’idea classica e rinascimentale del bello e brutto come parametro per giudicare l’arte. Fare arte oggi è un atto politico vuol dire interagire. Io per ora non faccio arte pubblica ho una dimensione molto intima e mi chiedo se un’opera possa essere utile dato che il messaggio sociale di un’opera può indebolirsi a causa del suo valore intrinseco. Comunque ritengo che ogni tipo di arte dovrebbe avere, in parte, un ruolo sociale e di denuncia. S.G. Parità o discriminazione tra i sessi nell’arte contemporanea? In fondo l’entrata in campo dell’arte al femminile in grande numero è un fenomeno contemporaneo. E c’è un’artista donna che stimi particolarmente e a cui ti ispiri? C.P. No, sono ancora molti di più gli uomini fra gli artisti e i curatori. Io ho una predisposizione estetica per le artiste donne, seguo i loro lavori e prendo quello che mi interessa. Ho studiato molto Louise Bourgeois, durante la mia formazione, le sue sculture ed installazioni. In Italia più uomini, Gianni Caravaggio, Diego Perrone per esempio.
Heavybrain S.G. Dove trai spunto per le tue opere? C.P. Non lo so, l’opera appare da sola, sono visioni. S.G. Tornando ai tuoi capelli, si può affermare che tramite loro utilizzi un linguaggio internazionale, senza barriere culturali e linguistiche? Del resto i capelli sono riconoscibili in ogni dove, in ogni cultura e sono simbolo antropologico ed intimo. C.P. Si, vorrei che fosse così, hai detto bene! Con i capelli riesco a parlare una lingua globale ed internazionale. S.G. Spesso i lavori al femminile sono delicati e indagano l’intimo. Le tue foto invece le trovo aggressive, quasi dure, sicuramente capaci di sostenere il pubblico, a tratti perfino riluttanti e disgustose, penso ai capelli in bocca che soffocano o nel naso… C.P. Mi interessa la delicatezza e la fragilità che sono aspetti femminili, ma voglio che i miei lavori siano forti e d’impatto. E comunque in esse convivono sempre i doppi equilibri come in me. Mi piace che la mia opera possa essere considerata repellente e forte, così da scuotere e risvegliare l’anima, senza essere stupidamente scioccante. Un’opera deve avere sempre dietro un’idea, non può restare fine a se stessa, così riesce a distoglierci dal tepore; deve essere aperta a nuove interpretazioni mantenendo un equilibrio tra concetto e idee. L’opera ferma ad una sola interpretazione muore. Nelle mie opere a china la linea è evidente ma le sfocature, le invisibilità lasciano spazio a molte prospettive interpretative. Anche i capelli aprono molte strade e parlano di bellezza, fragilità, morte, forza, memoria, vita, femminilità…. S.G. Tu sei una giovane donna che fa arte contemporanea a Firenze dove vivi e lavori, città meravigliosa ma implosa sui suoi splendori antichi, in cui non c’è un grande spazio espositivo pubblico per l’arte contemporanea, ti crea delle difficoltà questo? C.P. Si, certo, è grave che non ci sia un museo di arte contemporanea in una città come Firenze. Ho idea di andare a vivere e lavorare per un po’ a Berlino, o comunque lontano da qui, viaggiare molto è fondamentale per continuare il mio percorso artistico, non fermarmi, visitare moltissime mostre, l’impatto emotivo con le opere è importante. Realisticamente manca un po’ di freschezza all’arte contemporanea in Italia, un po’ di aggiornamento in tempo reale.
Ho perso la testa 2007 S.G. Che cos’è l’arte contemporanea e la creatività? E come si fa a definire un’opera di livello? C.P. Sono il mio stato mentale, la percezione della realtà, se poi questo si trasforma in arte tanto meglio. In una creazione d’arte si deve intravedere un equilibrio tra idea e forma. L’arte deve essere concettualizzata…l’arte invisibile ancora non esiste anche se io sarei a favore! E poi si raggiungono certi livelli quando si riesce a cambiare un linguaggio in un preciso periodo storico, ma qui già avanti. Alla fine dell’intervista penso che Cristiana stia conquistando la sua consapevolezza di artista: sa cosa non le piace nel mondo dell’arte contemporanea, “l’arroganza”, quali errori non commettere più “essere ingenua e avere altre alternative quando inizi anche se l’arte è più di una passione”, sa che è “dura vivere di arte” e che si sentirebbe arrivata se “riuscisse ad esporre a Londra al White Cube”, ma per ora nel suo futuro immediato ci sono Berlino, la Biennale dei giovani artisti di Monza e un nuovo progetto, a Ottobre in Italia, “un lavoro a metà tra la performance e l’installazione legato all’idea dell’uomo-animale”.
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